Credo che ieri, dopo l'attentato di Kabul, Di Pietro e la Lega abbiano come al solito cavalcato un'onda emotiva ricca di possibili voti futuri, gridando al ritiro immediato delle truppe dall'Afghanistan. Anche io ho spesso sostenuto l'idea di voler ritirare i militari dalle zone di guerra, partendo da un Iraq estraneo alla minaccia terroristica notata a suo tempo solo da Bush. Ma con l'Afghanistan la situazione si fa più complicata.
La minaccia è rappresentata dai talebani, un gruppo che è già stato al governo (1996-2001) e che ha mostrato di cosa è capace, dal punto di vista politico (regime teocratico e abrogazione del Parlamento) e da quello sociale, legato a quello religioso. E i risvolti sono ancora ben evidenti. La pubblica amputazione è prevista per punire il furto, gli adulteri vengono lapidati a morte, a donne e bambine è negata l'istruzione, e la presenza fuori casa senza l'accompagnamento di un parente stretto di sesso maschile. Coloro che non rispettano le leggi imposte dai Talebani vengono quotidianamente picchiati e torturati.
Chi subisce maggiormente l'azione del regime sono le donne.
Come spiega la Rawa, l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane, prima della guerra civile, nel 1960, il governo, sotto la leadership del primo ministro Daoud Khan, aveva considerato il velo come facoltativo, e concesso alle donne gli stessi diritti e doveri di fronte alla legge, che significava che potevano votare. Donne e bambine potevano anche andare a scuola. Durante l'occupazione sovietica, l'età minima di matrimonio si era alzata, erano stati creati corsi di alfabetizzazione, e l'importanza dell'istruzione aveva avuto più enfasi. Prima dell'ascesa dei Talebani, le donne afghane costituivano il 40% dei medici di Kabul, il 70% di insegnanti di scuola, il 60% di docenti all'universita' di Kabul, e il 50 % di studenti universitari.
Oggi, sotto il regime talebano, le donne non possono lavorare fuori di casa, uscire se non accompagnate da un parente di sesso maschile (mahram), o indossare scarpe che producono rumore. Le finestre di case in cui vivono donne devono essere dipinte di nero, in modo da renderle invisibili dall'esterno. Devono indossare il burqa, un abito lungo col cappuccio che nasconda le loro teste e i loro piedi, con una rete sugli occhi. I membri del Dipartimento per la promozione delle virtù e la prevenzione del vizio, controllano le strade e attaccano coloro che non obbediscono alle regole. Le donne "non in regola" vengono torturate e picchiate, perfino per infrazioni minori, come l'inavvertito gesto di scoprire la caviglia. Una donna stuprata puo' essere facilmente accusata di adulterio ed essere giustiziata. A causa del divieto di lavorare, le vedove di guerra ed altre donne devono mendicare o prostituirsi per mantenere se' stesse e le proprie famiglie. Inoltre, molte donne sono morte di malattie pur facilmente curabili, dal momento che ai medici uomini non e' permesso di curare pazienti di sesso femminile, e a parte un ristrettissimo numero di donne, a tutte e' stato vietato operare in campo medico. Anche in caso di emergenza, una donna può essere rispedita a casa, se non si presenta all'ospedale vestita propriamente e non accompagnata da un parente maschio. I casi di depressione e di suicidi tra le donne sono aumentati drasticamente.
I Talebani hanno anche vietato alle bambine di frequentare la scuola, inclusi dei corsi in casa sponsorizzati da alcune ONG. Solo di recente i Talebani hanno concesso ad un numero molto ristretto di corsi in casa per bambine di esistere, a Kabul. Ma anche questi corsi sono aperti solo alle bambine sotto I 12 anni, e l'obiettivo è quello di insegnare alle bambine solo quanto basta per poter leggere il Corano.
Non si può gridare ai quattro venti "molliamo tutto". No, sarebbe catastrofico.
Ho ascoltato ieri sera gli interventi di Bersani e Concita De Gregorio a Ballarò, e sono pienamente d'accordo con loro. Non possiamo mandare tutti quanti a casa subito. E' necessaria una revisione del progetto, sulla base della convinzione che l'azione diplomatica è fondamentale e che l'operazione internazionale potrà essere completata più con azioni politiche che con la forza.


Il sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso ha ritirato le dimissioni e ora succederà questo. Sia a sinistra sia a destra sono sicuri che sia innocente, non servono indagini o processi: se fai parte della casta sei innocente. Allora non avranno nulla in contrario al ritiro delle dimissioni di D'Alfonso, anche se i domiciliari sono stati revocati perché si è solo sicuri che il soggetto non possa inquinare le prove, e anche se le accuse sono state rafforzate. Gli stessi berlusconiani che si sentivano moralmente superiori, nonostante fossero circondati da decine di pregiudicati, avevano addirittura rivomitato quel termine violento e massiccio di "tangentopoli". Ma ora metteranno da parte questa definizione. Sono sicuri che D'Alfonso sia innocente, e allora si farà una cosa semplice: riforma della giustizia. Anche il Pd sembra si sia calato leggermente le braghe, e questo non è certo confortante.
I telegiornali di partito continueranno a riproporre l'episodio del ritiro dei domiciliari di D'Alfonso come giustificazione, anzi, come movente sapendo ciò che sono capaci di fare. Ma la notizia verrà data solo in parte: tagliati, ovviamente, quei piccolissimi dettagli che riguardano le accuse a carico di D'Alfonso.
La Lega alzerà le mani di fronte all'iniziativa di Silvio. Può anche distruggere il Paese, basta che ci dia questo benedettissimo federalismo fiscale.
L'Italia dei Valori sarà l'unica ad opporsi, per questo apparirà come il solito partito giustizialista guidato da un ex magistrato "manettaro".
Si, credo che le cose andranno proprio così.