Il tour di Veltroni e del suo bus "Si può fare" è arrivato a Cosenza, nella Calabria governata dalla 'ndrangheta.
Qui continua la sua campagna antimafia, affermando che "useranno qualsiasi mezzo per annientare la camorra, la mafia e la 'ndrangheta e sradicarle dalla vita di questo paese".
Belle parole, non c'è che dire. Nessuno, oltre a Veltroni ha parlato in questa campagna elettorale della mafia, la prima azienda italiana, con novanta miliardi di fatturato annuo, pari al 7% del Pil.
Per Berlusconi, Bossi, Storace e Casini la mafia non esiste. È solo una leggenda, tant'è che non hanno speso una parola riguardo a questo scottante tema.
Veltroni l'ha fatto, ha citato anche i nomi di due boss della camorra, ancora latitanti: Michele Zagaria e Antonio Iovine, evidenziando l'importanza della loro cattura.
Se indaghiamo a fondo però, possiamo osservare, da un lato, il Veltroni nemico della mafia, dall'altro, il Veltroni che candida al senato in Sicilia Mirello Crisafulli, filmato mentre discuteva di appalti e favori con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua.
Ma sfogliando le varie candidature delle prossime elezioni, viene fuori uno scenario davvero surreale.
Molti partiti candidano figure che, per il loro rapporto con le criminalità organizzate, ispirano tutt'altro che fiducia nelle istituzioni.
Ho cercato di riorganizzare questa lista prendendo spunto da un articolo sull'Espresso e cercando notizie in giro nella rete, ora vi mostro i risultati.
In testa, tra i partiti, c'è l'UDC, con il record di candidati coinvolti in indagini di carattere mafioso.
PD
Vladimiro Crisafulli, detto Mirello. Una telecamera nascosta in un hotel di Pergusa il 19 novembre 2001 registrò un suo incontro con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, già latitante, arrestato e condannato in primo grado per mafia. Indagine archiviata nel febbraio 2004, perchè quel colloquio non portò alcun beneficio concreto a Cosa nostra, ma appare evidente la disponibilità di Crisafulli di avere rapporti con il boss.
Bartolo Cipriano. Ex sindaco del comune di Terme Vigliatore, sciolto per mafia nel 2005.
Maria Grazia Laganà. Vedova di Francesco Fortugno, il vice-presidente della regione ucciso dai clan, sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato.
PDL
Marcello Dell'Utri. Condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Franco Iona. Cugino del boss Guirino Iona, in carcere dopo anni di latitanza.
Gaetano Rao. Nipote di don Peppino Pesce, vecchio boss dell'omonima cosca di Rosarno.
Pasquale Scaramuzzino. Ex sindaco di Lamezia Terme, comune sciolto nel 2002 per mafia.
Sergio De Gregorio. Indagato per riciclaggio dopo che sono stati scoperti i suoi assegni in mano a Rocco Cafiero, un contrabbandiere considerato organo del clan Nuvoletta.
Aggiornamento 9/4/08: Sergio De Gregorio è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio.
Mario Landolfi. Fronteggia l'accusa di essere stato appoggiato nel 2006 da un manipolo di camorristi.
Antonio D'Alì. Ex datore di lavoro del superlatitante Matteo Messina Denaro.
Vincenzo Giammanco. Condannato come socio e prestanome di Bernardo Provenzano.
Gaspare Giudice. Assolto in primo grado dalle accuse di mafia con una sentenza in cui il tribunale sostiene di aver verificato con assoluta certezza l'appoggio ricevuto da Cosa Nostra nel 1996.
UDC
Salvatore Cuffaro. Condannato in primo grado a 5 anni per favoreggiamento.
Francesco Saverio Romano. Indagato per concorso esterno.
Calogero Mannino. Imputato davanti alla corte d'appello di Palermo.
Giusy Savarino. I giudici sostengono che lo scontro per la sua candidatura tra suo padre e l'ex assessore Salvatore Lo Giudice, sia stato risolto dalla mediazione del boss di Canicattì, Calogero Di Caro.
Salvatore Cintola. Due anni fa ad Altofonte, stando alle intercettazioni, la sua campagna elettorale era stata condotta pure da mafiosi.
Luigi Vallone. Nipote di un uomo politico in rapporti con Cosa Nostra.
Rudy Maira. Processato e assolto per concorso esterno, dopo che il tribunale aveva dichiarato il reato prescritto.
Nino Dino. Indicato dal pentito Nino Giuffrè come uno dei mediatori tra Provenzano e la politica regionale.
Mimmo Turano. Ha visto la l'azienda di famiglia colpita da attentati in previsione della richiesta di pizzo.