
Silvio ha paura. Ha paura che qualche sua telefonata sia resa pubblica. Nell'ultima conferenza stampa ha detto che "se venisse intercettata una mia telefonata di un certo tipo me ne andrei in un altro Paese". Dai forza! È ora il momento giusto. Pubblichiamo una telefonata, magari quella con la Carfagna, così prendiamo due piccioni con una fava. Ma il premier ha anche aggiunto che "non è mai veramente democratico un Paese nel quale tutti hanno il timore di essere intercettati". Solo chi ha qualcosa da nascondere ha paura di essere intercettato. E lui ci nasconde qualcosa.
Comunque è interessante sapere che Silvio ha le idee veramente chiare. "Prima il federalismo, poi la giustizia" aveva detto. Poi "prima la giustizia, poi il presidenzialismo". E oggi "prima il federalismo, poi la giustizia". Tutto chiaro. Domani forse avremo un'altra combinazione.
La Lega, intanto, ha abbassato un'altra volta la testa di fronte al suo padrone. Ormai sono disposti a tutto pur di conquistare quel benedetto federalismo. Ieri, Berlusconi ha anche riferito che "le sfumature all'interno della maggioranza stanno scomparendo perché lo stesso Maroni, dopo che ho parlato con Bossi, mi ha detto che è giusto escludere le intercettazioni nel caso di reati contro la pubblica amministrazione". Poveri leghisti. Senza coerenza, né dignità.
La Lega ha sempre avuto parole forti contro la mafia. Umberto Bossi urlava "mafioso!" contro Berlusconi, poi c'è stato solo silenzio, forse per l'ictus. Ma questo senso di anti-mafia pare sia rimasto dentro i leghisti. Le ultime dichiarazioni di Maroni lo dimostrano: "non siamo in presenza di una lotta tra bande per avere il predominio, ma di un sistema che garantisce reddito e che si propone come Stato nello Stato e quindi è anti Stato; finché non ci sarà una rivolta della società civile le azioni che facciamo noi non possono essere risolutive". Sembra che anche lui abbia capito che la mafia non consiste in una guerra tra due piccole bande, di bulletti, ma è una vera e propria guerra. Solo La Russa non l'ha capito, ma lo comprendo.
Maroni chiede, dunque, una reazione da parte di tutti i cittadini, altrimenti la mafia non si potrà mai sconfiggere. Mentre pronuncia queste parole è alleato con un signore di nome Silvio, che ha accolto nella sua villa un tale di nome Mangano e l'ha definito un eroe, ed ha in Marcello Dell'Utri il suo braccio destro. Maroni, con tutta la Lega, fa finta di niente. Fa finta di non saperlo. Contro la mafia, ma con Berlusconi: pare un ossimoro. Ah, cosa si fa per un po' di voti.
C'è grande unione nel centrodestra. Berlusconi ha eliminato l'Ici sulla prima casa e Bossi è ora intenzionato a reintrodurlo. Berlusconi sostiene il federalismo della Lega, ma elimina una delle poche tasse federaliste. Per Bossi bisogna passare da un sistema di finanza derivata, in cui è lo Stato a dare i fondi agli enti locali, a una forma di autonomia finanziaria, in cui loro stessi prendono direttamente le tasse. Non ne ha ancora parlato con Tremonti e Berlusconi, ma è sicuro che si possa realizzare questa sua idea. E dov'era quando il decreto veniva approvato dal Consiglio dei Ministri? Berlusconi farà una marcia indietro? Ora Silvio inizia qualsiasi discorso con le parole magiche "detassazione degli straordinari" e "abolizione dell'Ici". Dovrà inventarsi qualche nuova parola ad effetto, per continuare a nascondere i salari, le pensioni, il precariato. Sarà dura.
Ma Bossi non si è fermato a questa proposta. Il Ministro delle Riforme è tornato a parlare di quel suo gestaccio all'inno: "Non è un insulto ma una memoria storica. E l'inno nazionale non c'entrava niente". Praticamente il 20 luglio sul palco urlò "l'Inno dice che l'Italia è schiava di Roma..., toh! dico io", ma l'inno non centrava. Era memoria storica.
Lo show di Bossi non finisce qui, tocca all'immigrazione. "Ora nei popoli che prima venivano da noi è arrivata l'idea che è inutile venire perché tanto li rimandiamo indietro". Infatti gli sbarchi sono raddoppiati. Ma gli immigrati sbarcano con più paura. Parola di Bossi.
Torniamo a parlare di Bossi, visto che ormai si parla solo di questo. Ieri, intensa giornata politica. Fini alla Camera ribadisce che "l'unità nazionale, i suoi simboli e il loro rispetto sono condizioni indispensabili per qualsiasi politica di autentica riforma", infastidito più dalle parole di Bossi sullo stato fascista ("Dobbiamo lottare contro questo stato fascista") che da altro. Poi parla Italo Bocchino, quello che è sempre al Tg1 a raccontare i grandi risultati di questo governo: "Massimo rispetto per la Lega ma nessuno tocchi i simboli dell'unità nazionale perché questi sono limiti invalicabili". A dimostrazione della grande coesione nel centrodestra, arriva il piduista Cicchitto che, consapevole del fondamentale aiuto della Lega per le riforme, dichiara che "il Pdl dice no a processi politici da parte della sinistra che spesso considera Bossi e la Lega una costola di se stessa". Roberto Cota, capogruppo della Lega, sente il dovere di difendere il proprio leader con esilaranti parole: "Va colto il senso di quello che va dicendo il ministro delle Riforme e cioè che o si fanno le riforme o il paese esplode". Funziona così alla Lega: se vuoi chiedere riforme devi alzare il dito medio contro l'inno. Ma non contento, Cota aggiunge: "Il medio alzato poi, è relativo alla parola "schiavo", un termine che va abolito perché in contrasto con la nostra cultura democratica di oggi". Meglio bingo-bongo.
La Mussolini non ci sta. Ha fiutato la rissa, deve partecipare. Si guarda attorno, ma si accorge che Sgarbi non c'è e non può mandarlo a quel paese, per aumentare lo share. Allora tira fuori il cellulare, fa partire l'Inno di Mameli, ma lo ascolta solo lei, perché Gianfranco Fini fa spegnere il suo microfono. L'inno si sente solo due volte, per pochi secondi. Se avesse riprodotto la vera suoneria del suo cellulare, Faccetta Nera, ci saremmo divertiti di più.
Non è finita. Bossi arriva in aula e dice: "Fini poteva non intervenire". Interviene invece, in serata, Silvio Berlusconi che al telefono conferma a Bossi la solidità dei loro rapporti. Le polemiche non hanno scalfito la stima reciproca. In fondo Berlusconi sono 14 anni che attacca le istituzioni pubbliche e distrugge l'immagine nazionale ad ogni occasione.
Bisogna trovare una spiegazione al gestaccio e alle parole di Bossi. Non è possibile che un individuo giuri sulla costituzione del nostro Paese e poi alzi il dito medio contro l'inno di Mameli. Pur se ridicolo, è sempre il nostro inno. Non è possibile che si voglia pulire il culo con il tricolore e poi diventi ministro delle Riforme.
Neanche il miglior attore sulla piazza riuscirebbe in queste incredibili interpretazioni. Qual è il suo segreto? Come fa a invitare i leghisti ad imbracciare i fucili contro Roma ladrona, e nello stesso tempo a intascare per 14 anni migliaia di euro stando seduto su una poltrona, guarda caso, a Roma.
Cosa lo spinge a rifiutare i professori del sud, oltre al fatto che suo figlio è stato bocciato per la seconda volta alla maturità scientifica, presentando una tesina su Cattaneo? Deve esserci una spiegazione. Spero, in una spiegazione. Per il momento voglio far finta di credere in questo: Bossi beve. Così, per salvargli un briciolo di dignità.
La solita domenica. Umberto Bossi inizia la giornata con dolci parole a favore del dialogo ("C'é spazio per il dialogo con l'opposizione", "da parte nostra non ci sarà una chiusura al Pd e a Veltroni"), poi mostra tutto il suo spirito leghista. Davanti ai leghisti del Veneto da il meglio di sé: "Non dobbiamo più essere schiavi di Roma. L'Inno dice che l'Italia è schiava di Roma...toh! dico io" (alzando il dito medio). Poi autocelebra l'orgoglio del popolo padano: "Ci sono quindici milioni di uomini disposti a battersi per la loro libertà. O otterremo le riforme, oppure sarà battaglia e la conquisteremo, la nostra libertà". Ma la parte migliore, per la sua idiozia e incoerenza, è quando il Senatur incita i compagni con queste parole: "Dobbiamo lottare contro questo stato fascista. E' arrivato il momento, fratelli, di farla finita". La logica leghista.
Parliamo di Obama. Il candidato democratico è giunto in Afghanistan. Non ha fatto in tempo ad ambientarsi che le forze della coalizione americana hanno ucciso, con un raid aereo, quattro agenti della polizia afghana e cinque civili. Ma non bastava: truppe Isaf hanno ucciso altri quattro civili nella provincia di Paktika. Accidentalmente, ovvio. Un banalissimo errore, può capitare.
Almeno ci sono notizie positive, come le contestazioni che hanno accolto il sindaco di Roma Gianni Alemanno nel quartiere di San Lorenzo, per la commemorazione dei caduti del bombardamento anglo-americano del 19 luglio del 1943. È stata una goduria leggere espressioni come "in questo quartiere i fascisti non sono entrati nemmeno nel 1922, vogliono entrarci ottant'anni dopo?", o "mai nessun fascista è entrato qui dentro" e rivelazioni come "arrivavano in 20 da Colle Oppio per picchiarci e c'era pure Alemanno".
La solita domenica.
"Parlerò io con Veltroni, il dialogo si può ancora ricucire": era già abbastanza difficile sentire queste parole da qualche esponente del Pdl, ma non ci aspettavamo che venissero pronunciate da Umberto Bossi. "Con Silvio parlerò eccome. Gli dirò di darsi una calmata. Sono il ministro per le Riforme. E per le riforme sono disposto a tutto. Anche a fare il paciere". Sembra strano, ma è sempre Bossi.
Due giorni fa abbiamo assistito ad una vasta operazione contro la criminalità e l'immigrazione clandestina in ben 9 regioni, che ha portato all'arresto di 383 persone, di cui 268 stranieri (non tutti stranieri come alcuni credono).